Sandro Calvani

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Articles written by Sandro Calvani
Davos, decidere insieme per il bene di tutti.
L’agenda del vertice mondiale dell’economia in Svizzera.
Il punto di vista di Sandro Calvani per Famiglia Cristiana.

Famiglia Cristiana, n.4/2010, 24 Jan 2010
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Obama: premiata l’interdipendenza
Il Nobel per la Pace 2009 conferito al presidente Obama vuole premiare il senso dell’urgenza della pace e la sua leadership estroversa.

Aesse, 11/12, Nov/Dec 2009, 29 Nov 2009
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Bold action against corruption
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Freedom From Fear Magazine, Issue 4, Sep 2009
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La moglie di Lot ha l’influenza
La vera pandemia in atto è la “paura liquida”. E la malaria.

Brutta notizia: nel 2009 l’influenza causerà sicuramente più di 36.000 morti negli Stati Uniti. Buona notizia: si tratta della comunissima influenza che Ippocrate descrisse circa 2.400 anni fa. Negli anni ’90 c’erano 20.000 morti di influenza l’anno. I morti a causa della vecchia influenza sono sempre di più perché la mortalità è più alta tra gli anziani e il loro numero aumenta. Un dettaglio dimenticato: la gran parte di quelle morti sono evitabili. Basterebbe vaccinare tutti gli anziani, ma nessuno ha ancora trovato il coraggio di un piccolo cambiamento che salverebbe migliaia di vite.

Stando ai fatti dunque, dovremmo aver paura della vecchia influenza, non di quella nuova di cui per ora si sa pochino. E, come mai nessuno l’inverno scorso si è sognato di andare in giro con le mascherine o controllare tutti i passeggeri che arrivavano dagli Stati Uniti?
Di queste contraddizioni della paura globale ce ne sono a decine. Alcune sono davvero madornali. Se un bambino muore per la puntura di una vespa finisce in prima pagina sui giornali. Ma ogni anno 3 milioni di persone muoiono di malaria, cioè di una puntura di una zanzara: sono tutte morti evitabili, ma non causano preoccupazione.

Per il sociologo Baumann siamo vittime della “paura liquida” e nemmeno ne conosciamo i mille volti. Milioni di persone – e sembra che il numero stia crescendo – vivono costantemente con l’angoscia addosso. Molti la definiscono come paura di non essere accettati, di perdere il lavoro, di perdere i risparmi, o che la pensione non basti per vivere. Altri non riescono a capire nemmeno i contorni dell’angoscia che vivono. E c’è chi se la cava nel modo più brillante e moderno: “Ho paura della globalizzazione, dei cambi di vita che ci porterà”. Forse questi ultimi hanno visto giusto. Un po’ tutti abbiamo paura del cambiamento rapido, un futuro prossimo che rende ogni domani molto diverso da oggi.

Sappiamo tutti che l’attuale sistema di sviluppo e di governo dei beni pubblici globali va male. Agricoltura da saccheggio, allevamenti intensivi di maiali o di galline, Ogm, insicurezza alimentare per miliardi di persone, consumismo sfrenato, sprechi, montagne di rifiuti, economia spaventosamente diseguale, accesso senza regole all’acqua e alle fonti di energia rinnovabili, migrazioni, armamenti, criminalità, terrorismo, informazione e democrazie malate: tutto sembra a rischio di sventure globali.

Tutto ciò crea un’ansia diffusa. Allora il virus della nuova influenza ha l’effetto della goccia che fa traboccare il vaso strapieno di paure.
Vorremmo scappare da tanti mali globali e scegliere un futuro giusto. Ci vorrebbe un reset. Però al momento di cambiare, ci comportiamo come la moglie di Lot quando scappava da Gomorra. Non trovò il coraggio di affrontare un futuro diverso e sconosciuto.
Si girò indietro e fu trasformata in una statua di sale.

Aesse, May 2009
   

 
Una fonte per la politica
Luci e ombre accompagnano i 60 anni trascorsi dalla proclamazione della Dichiarazione Universale. Se è vero che gli stati hanno dovuto fare i conti, sempre più, con le prerogative riconosciute dalla Carta, diversi ostacoli si frappongono alla loro realizzazione

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ha compiuto sessanta anni e la sua storia è un percorso ricco di luci e ombre. Ogni giorno i diritti primari di milioni di persone vengono violati, mentre in alcune regioni del mondo aumentano la fame e la repressione. Ogni giorno centinaia di persone subiscono torture, vedono negato il loro diritto di asilo, vengono perseguitate per il loro credo o per la loro ideologia politica, non hanno diritto a un giusto processo e la loro libertà di movimento è limitata. Ogni giorno crescono la percentuale di persone senza lavoro e il timore che gli stati non possano più far fronte a molte delle misure di assistenza a favore dei propri cittadini.

Ampliate le agende, cresciuta la cultura dei diritti

Ma ci sono anche degli aspetti significativi e positivi: i diritti fondamentali sono entrati a far parte della politica quotidiana di decine di paesi e sono cresciute la consapevolezza e la cultura dei diritti. Esistono organizzazioni ed istituti internazionali come le Nazioni Unite che agiscono da paradigma per il rispetto e la valorizzazione di tali regole. Nell’arco di questi ultimi sessanta anni il rispetto dei diritti umani ha ampliato le agende politiche e normative di moltissimi paesi, ha modificato le coscienze, ed in maniera più concreta ha garantito un sempre crescente numero di cittadini del mondo. Ad oggi, tutti i Paesi membri dell’ONU hanno ratificato almeno uno dei principali nove trattati sui diritti umani e l’80% ne ha ratificato quattro o più dando reale espressione all’universalità della Dichiarazione.

Le zone grigie nella applicazione della Dichiarazione non sono soltanto il risultato di differenti volontà politiche. Esse sono anche la risultante di condizioni sociali ed economiche profondamente diverse e diseguali. Diverse condizioni di partenza modificano sul nascere le aspirazioni di milioni di esseri umani, ed è proprio in questa direzione che si possono e devono muovere le istituzioni, i governi e le loro politiche: migliorare l’educazione pubblica, l’assistenza sanitaria, le condizioni economiche generali, l’ambiente sociale e naturale, non sono soltanto dei fini, ma anche dei mezzi per permettere lo sviluppo armonico di diritti più ampi e universalmente identificati.

Benefici per le persone, benefici per gli stati

La Dichiarazione dei Diritti Umani nel 1948 è nata “Universale” ma la sua applicazione non ha purtroppo trovato la stessa estensione che la definizione ne prevedeva. Il motivo di ciò è, probabilmente, che il principio di universalità si scontra continuamente con la realtà dei fatti, le ragioni imposte dai mercati e il principio di sovranità degli stati. La attuale crisi economica, per esempio, sembra faccia procrastinare come per incanto tutele e diritti del mondo del lavoro che davamo per consolidati. Considerazioni simili si potrebbero fare per il sacrificio dei diritti della libertà personale sull’altare della sicurezza di stato e della collettività. Si potrebbe obiettare che spesso la ragion di stato sovrasta il vero traguardo da raggiungere, che è quello della tutela della vita, della dignità e del benessere di ogni essere umano in ogni parte del mondo.

Alcuni paesi considerano come un’ingerenza inaccettabile il dibattito della comunità internazionale su alcuni diritti. Essi potrebbero invece ribaltare la prospettiva e considerare questo dibattito come un’opportunità per progredire verso traguardi reali. A questo proposito una buona prassi è quella di collegare il vantaggio dei diritti personali a quello comparato dei diritti della collettività, intesi come l’avanzamento delle condizioni sociali e, quindi, economiche. L’aumento della ricchezza e del PIL si dovrebbe accompagnare ad un progresso dei diritti della persona e non ritenere i due ambiti completamente scollegati.

Il ricorso alla forza

Sempre più spesso, quando la violazione dei diritti umani diventa una emergenza internazionale e si richiede a gran voce un intervento per la loro salvaguardia, il dilemma sull’uso o meno della forza amplifica il dibattito sulla questione. L’interrogativo in questo senso è se, e fino a che punto sia possibile, l’uso della manu militari per obbligare stati sovrani a rispettare diritti sanciti universalmente.

Se è più facile trovare un consenso sull’ingerenza umanitaria per salvare vittime di carestie o di pulizie etniche, si trova invece molto meno consenso all’idea dell’uso della forza per obbligare uno stato a rispettare il diritto delle donne alla parità o il diritto di tutti alla proprietà privata. Ciò dimostra che mancano gli strumenti normativi internazionali e una strategia politica coerente in tal senso. Anche in questa direzione, esistono delle grandi diversità tra stati.

È necessario dunque rivendicare e continuare a lottare per l’universalità di tutti quei diritti che a distanza di 60 anni sono ancora promesse mancate. È urgente iniziare un vero percorso di dialogo e comprensione dei nuovi scenari che stanno emergendo, partendo dalla speranza che la diversità di prospettive possa faticosamente ricomporsi in nome dell’unicità del nostro essere persone umane e della difesa della nostra dignità.

di Calvani, Filizola (Calvani è direttore dell’UNICRI, l’Istituto Internazionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sulla Criminalità e la Giustizia; Filizola è consulente UNICRI per i media)

Quanto qui espresso è opinione degli autori e non rappresenta necessariamente la posizione delle Nazioni Unite.

Il seme sotto la neve - anno III, numero 8, Feb 2009
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