Sandro Calvani

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Sostenibilità e dignità: una nuova sfida dall’oriente.
Il nuovo anno – che in Asia comincia in febbraio – porta con sé una sfida più difficile ma anche più sentita e partecipata che mai da tutti i popoli del continente. Tutti sanno che dal 2015 Asia vuol dire numero uno in molte competizioni importanti per l’umanità intera.

NP, Feb 2015
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Alla borsa dei valori, i valori contano
Albert Einstein suggeriva che non tutto quel che si può contare conta davvero e non tutto quel che conta si può contare. Ma è esperienza comune che gli ideali contano davvero nella vita di tutti.

È facile, del resto, capirne il motivo. Gli ideali contano perché muovono e orientano l’energia e le passioni delle persone e mantengono vive e vibranti le organizzazioni e le istituzioni. Perché costituiscono il motore dell’innovazione ed è attorno ad essi che si rigenerano significati individuali e collettivi e prendono vita nuove azioni e forme sociali.

Che gli ideali contino anche a livello economico è invece cosa meno risaputa, e in realtà contano forse più di quanto molti di noi si aspetterebbero. Lo dimostra un rapporto pubblicato negli Stati Uniti nell’Agosto scorso.
“Causes count” è il titolo di una ricerca che si è posta l’obiettivo di definire il valore economico del no-profit californiano. Il rapporto – probabilmente lo studio più completo mai prodotto sul peso di questo settore in California – documenta con grande chiarezza le tendenze più recenti rispetto alla salute finanziaria, alle dinamiche occupazionali e al valore prodotto dal volontariato, al ruolo delle fondazioni nelle attività di finanziamento e ai nuovi significati attribuiti al settore no-profit dai cittadini[1].

La California è uno degli stati più vivaci e produttivi degli Stati Uniti. L’immaginario collettivo la collega immediatamente all’effervescenza della Silicon Valley e all’innovazione tecnologica, ai successi del turismo e dell’industria del vino e ai miracoli di Hollywood.
Per questo sorprende ancora di più che il no-profit guidi la crescita e l’innovazione proprio nella regione americana che è la cattedrale del profitto.
Lo studio californiano ha dimostrato infatti come il no-profit giochi un ruolo straordinariamente importante sul piano economico, collocandosi come la quarta industria dello Stato dopo turismo e tempo libero, commercio e manifattura.

I dati lasciano un po’ stupiti anche i ricercatori che li hanno analizzati: il no-profit è ben più di “quelli che aiutano gli altri”; è diventato invece un vero e proprio motore della crescita economica e dell’innovazione sociale, e addirittura riesce perfino a “regolare” il settore del profitto, orientando significativamente le forme di produzione della ricchezza e la sua distribuzione. Sono tendenze e prospettive rivoluzionarie per il capitalismo americano. Ma invece di preoccuparsi, le imprese americane cavalcano la nuova onda.

La forza economica del no-profit californiano

Ognuno dei risultati dello studio rivela che stiamo parlando di qualcosa di grosso. Prima di tutto il no-profit partecipa per il 15% al prodotto interno lordo della California generando oltre 208 miliardi di dollari di fatturato annuo.

Il settore produce circa 132 miliardi di dollari in beni e servizi diretti, a cui vanno aggiunti altri 128 miliardi ottenuti per effetti indiretti e indotti. Dato che nella realizzazione delle sue attività il no-profit si muove come un qualsiasi soggetto economico – acquista beni e servizi, paga stipendi ai propri dipendenti – il valore globale prodotto va dunque ricondotto ad un circuito economico più ampio.

I numeri della forza lavoro sono in testa alla classifica per settori: il no-profit garantisce 937.000 posti di lavoro dipendente e altri 800.000 derivano dal suo indotto. Mentre una persona su 25 lavora in un ristorante e una su 50 nell’agricoltura, il no-profit californiano genera un posto di lavoro su 16. Circa un milione di californiani lavorano per una organizzazione no-profit, senza contare i volontari.

Gli intervistati, leader di numerose realtà del settore, hanno segnalato una crescente esigenza di nuove assunzioni. Si stima che il numero degli addetti potrebbe aumentare nel corso del prossimo anno di oltre 1.600 nuovi posti di lavoro full time, per un valore minimo indicativo di 19.4 milioni di dollari. E a sorpresa aumenta anche la media delle retribuzioni, con un +26% rispetto al +6% di altri settori.

Ma l’impatto del no-profit sul mercato del lavoro californiano va oltre la sola crescita: gli occupati nel no-profit sono più eterogenei dal punto di vista etnico rispetto alla media californiana, e c’è una maggiore partecipazione delle donne. In pratica il no-profit anticipa la società del futuro, con una forte capacità integrativa delle fasce deboli.

Non ultimo, le attività economiche del no-profit attraggono oltre 40 miliardi di dollari provenienti da altri Stati.

In California lavorano oltre 7.700 fondazioni di tipo diverso, come istituzioni di comunità, charities e fondazioni private. Nel 2011 queste organizzazioni possedevano un patrimonio pari a 102,8 miliardi di dollari e hanno svolto attività di finanziamento per oltre 2 miliardi di dollari a favore non solo di organizzazioni californiane ma anche di realtà fuori dallo Stato.

Le attività principali sono in settori essenziali per il benessere e la felicità della gente come i servizi di salute, educazione, sport e cultura; la parte del leone la fanno la salute e l’alta formazione ed è in questi settori che si concentra la prevalenza della forza lavoro.

I volontari sono il motore centrale del successo del no-profit californiano. I dati indicano che ben il 25% dei cittadini californiani ha svolto attività di volontariato nel corso del 2012, contribuendo con oltre di 938 milioni di ore di servizio gratuito.

Ma non si tratta di un ruolo puramente ancillare o di supplenza: lo studio rileva come più del 50% dei volontari sia coinvolto su due fronti chiave: la realizzazione di programmi di cambiamento sociale e di raccolta fondi. Inoltre, molti volontari fanno parte dei consigli di amministrazione delle loro organizzazioni e operano attivamente in iniziative di coscientizzazione o di coordinamento con enti che svolgono attività di lobby, attività che aumentano fortemente l’impatto del no-profit in termini di raccolta di voti nelle elezioni politiche.

Il volontariato ha dunque un ruolo centrale nella gestione e sviluppo del settore no-profit grazie alla sua esperienza ibrida tra forza lavoro retribuita e gratuita.

Come si finanziano le organizzazioni no-profit?

Oltre al peso del no-profit sull’economia, la ricerca sottolinea che il 76% delle entrate deriva dalle tariffe applicate ai servizi e da contratti, mentre circa il 20% arriva da contributi governativi e privati. Ospedali e università si finanziano sostanzialmente attraverso la realizzazione dei loro servizi, mentre le organizzazioni che operano nel campo delle arti e dell’ambiente contano di più sulle donazioni.

La gestione dei servizi no-profit risulta molto efficace in termini di costo-beneficio ed attenta ad evitare sprechi, fatto che rappresenta un notevole valore aggiunto rispetto alle istituzioni pubbliche. Comparando con altri tipi di organizzazioni, il no-profit ha costi amministrativi più ridotti: l’89% delle loro spese riguarda l’esecuzione dei servizi, il 10% la gestione e le spese generali, e l’1% la raccolta fondi.

Nel 2012, il 29% delle organizzazioni no-profit hanno chiuso il bilancio con una perdita pari o superiore al 5%. La crisi ha evidentemente pesato fortemente anche sul no-profit, ma è indubbia una grande capacità di resilienza di questo tipo di organizzazioni.

La vera marcia in più sono fiducia e legittimazione popolare.

Lo studio descrive bene il livello di fiducia e il grado di legittimazione di cui gode il no-profit presso la popolazione californiana, spiegando come la coincidenza tra immaginario collettivo e alta qualità dei servizi consolidi la credibilità del settore.

I dati sono molto chiari: l’82% degli intervistati pensa che le organizzazioni no-profit operino per il bene pubblico (contro il 45% del settore privato e il 48% delle istituzioni); forniscano servizi di qualità (85%); siano efficaci (77%, più che il privato che ottiene un 72%) e spendano bene le risorse (69%, contro un 31% del settore pubblico).

Insomma il no-profit esprime fedelmente chi sono i californiani e il loro stile di vita.
Il no-profit è fortemente radicato nel territorio e questo lo rende efficace nel captare bisogni vecchi e nuovi, anticipare soluzioni e così produrre innovazione sociale.
Inoltre, immersi come sono dentro la vita e i problemi quotidiani della gente, gli operatori no-profit svolgono un ruolo coesivo molto importante, diventano portavoce dei valori della comunità e difensori di cause civiche.

Il nuovo modello vince, dove la gente lo conosce e crede nel cambiamento.

I risultati del no-profit californiano ci interpellano profondamente. Anzitutto perché non sono un’eccezione. In molte altri Stati americani emergono simili fenomeni di cambiamento, e non lo fanno né lentamente, né timidamente. In Minnesota per esempio sono appena state riconosciute per legge le imprese per il bene pubblico ispirate dal movimento americano per il capitalismo etico, chiamato Caux Round Table, dal nome della località svizzera dove nacque. In pratica si tratta di una vera e propria rivoluzione nel diritto societario americano perché per la prima volta il profitto non è più l’unico obiettivo dell’impresa, ma vengono introdotti altri obiettivi legali come lo sviluppo della comunità e diverse dimensioni del bene pubblico, come ambiente, salute, educazione. L’assemblea degli azionisti delle imprese sociali avranno dunque il diritto e il dovere di giudicare i capi dell’impresa non solo guardando ai profitti, ma anche alla qualità e all’impatto sociale dell’impresa.

Molti altri osservatori esperti come il World Economic Forum, la Banca Mondiale, il recente libro dell’economista francese Thomas Piketty sul capitale nel 21esimo secolo hanno riconosciuto la grande responsabilità delle imprese nel costruire e difendere i beni pubblici globali, allo stesso modo in cui difendono e approfittano del libero mercato. Alcune delle migliori facoltà americane di business – tra le quali anche la Harvard Business School e il notissimo professore Michael Porter – insegnano che la creazione di “beni condivisi” diversi dai prodotti e dal profitto d’impresa sono obblighi dell’impresa non rinunciabili per mantenere sostenibile lo sviluppo del Pianeta.

Le nuove Public Benefit Corporations del Minnesota produrranno una miscela di beni privati e pubblici a prezzi di mercato. Si tratta di imprese “a mezzo di lucro” (non a scopo di lucro) e non di no-profit o enti di beneficenza, e dovranno sopravvivere e crescere grazie al loro successo di mercato e non più su sovvenzioni come avveniva per gli enti no-profit. Il fatto che la legge sia stata votata anche dal partito repubblicano suggerisce che il Minnesota ha scelto una crescita economica più giusta e sostenibile con la partecipazione di tutti, comprese le grandi imprese e i loro azionisti, e non solo con l’appoggio di coloro che, come il partito democratico, chiedono più imposte del governo sulle grandi ricchezze.

Anche in Italia sono in molti a ribadire la necessità di un riconoscimento del no-profit e di un rilancio anche attraverso un’evoluzione legislativa che possa aprire – e non chiudere – nuove possibilità di partecipazione della gente. Alcuni passi avanti in tal senso si stanno facendo con la legge sul terzo settore.

E’ indubbio però che solo un investimento convinto e lo sviluppo di una strategia di sistema potrebbe dare risultati significativi nel demolire i muri che ci sono oggi tra no-profit, impresa e poteri pubblici.
Le lezioni imparate dal capitalismo americano sono molto chiare. Il no-profit non è anti-profitto, né è contrario al mercato libero e al capitalismo, ma produce e aggiunge un altro valore enorme a livello sociale, con un impatto economico diretto e irrinunciabile. In pratica, una collaborazione convinta tra profit e no-profit produce crescita e felicità nella comunità. Il muro d’indifferenza e diffidenza tra i due settori produce stagnazione e quei tassi di disuguaglianza, disoccupazione crescente, impoverimento diffuso, indebolimento della coesione sociale e mancanza di visione per il futuro che tutti riconosciamo nelle società civili che non abbracciano questa trasformazione.
Una conferma forte e indiscutibile viene dall’Asia: il continente che da solo ha più popolazione degli altri continenti messi insieme continua a veder crescere le sue economie, più attente di ogni altra parte del mondo a usare anche il profitto come strumento per costruire bene pubblico, invece che come obiettivo unico dell’impresa.
Un biologo direbbe che è solo nell’incontro e fusione tra due forme di vita diverse e complementari che nasce vita nuova e sostenibile. È ormai dimostrato che è così anche per le economie immerse nella globalizzazione.

L’innovazione sociale che mette insieme produttività e felicità è generativa di crescita sostenibile.
In Italia varie esperienze di dialogo tra imprese e no-profit hanno già fatto qualche primo passo verso una collaborazione costruttiva, ma sono ancora viste dal grosso del business e della politica come piccole minoranze etiche, i più bravi e un po’ sognatori. Certo non sono mancati alcuni interessanti tentativi, soprattutto in Lombardia e Piemonte, ma spesso sono iniziative in competizione tra loro e comunque frammentate. E questo non può che depotenziare l’innovazione. Un proverbio asiatico suggerisce saggiamente che “mille onde che arrivano sulla spiaggia ogni giorno, non la cambiano; uno tsunami sì”.

Sandro Calvani e Patrizia Cappelletti

http://www.asvi.it/13/01/2015/blog4change/non-profit-blog/alla-borsa-dei-valori-i-valori-contano/

asvi.it, 13 Jan 2015
Società civili protagoniste dei paradigmi futuri di pace, giustizia e sviluppo sostenibile per tutti i popoli.
Società civili, popoli, nazioni e governi sono in conflitto tra loro in molte parti del mondo pur esistendo in realtà per lo stesso obiettivo prioritario di costruire benessere, felicità e pace.
In quasi tutte le Università del mondo i politologi in cattedra insegnano che il vero nucleo e soggetto di partenza della costruzione dei sistemi di convivenza nelle ere moderne è il popolo e la sua sovranità. I singoli e le famiglie delle ere precedenti sono entrati a far parte di un insieme socio-politico più ampio come il popolo e la nazione per eliminare l’instabilità violenta creata da migliaia di comunità auto-governate più piccole.

Lo status quo globale non mi pare però nulla di esemplare né di auspicabile come modello futuro per l’umanità del terzo millennio. Abbiamo oggi 193 nazioni sovrane associate nelle Nazioni Unite, così chiamate anche se è difficile trovare qualche esempio di entità al mondo più disunita di quella associazione, in disaccordo, in pratica, su quasi tutto quel che conta. Inoltre a guardarle bene molte delle bandiere che sventolano davanti al Palazzo delle Nazioni Unite a New York e a Ginevra sono un mosaico variopinto di colori e simboli, per ricordare le parti importanti e diverse che sono dentro ogni nazione. Si usano stelle piccole e grandi, strisce per tutti i versi, scimitarre, croci, cerchi e triangoli per dire che tante nazioni e popoli sono tutt’altro che uniti. Sono disuniti soprattutto i paesi che si chiamano uniti, appunto perché non lo sono; infatti se lo fossero non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo. Per esempio è discretamente unita la Francia, anche se non si chiama Unione Francese, e sono molto meno uniti il Regno Unito, gli Stati Uniti, l’Unione del Myanmar, gli Emirati Arabi Uniti e la Confederazione Svizzera. Sappiamo tutti il risultato dello sbriciolamento dell’Unione Sovietica, della Repubblica Araba Unita, e di quel colossale errore di grammatica che è l’Unione Africana. Si vede che la colla che usano per tenerli uniti non è quella giusta ed è di scarsa qualità.

È altrettanto arduo per uno come me che insegna in un’università americana, spiegare il significato della parola “Unione” aggiungendo la denominazione geografica Europea. Nell’esperimento politico-economico unico al mondo dell’Unione Europea si esprimono le volontà unitarie di 28 nazioni, molte delle quali governate da più di un parlamento e più di un governo, oltre 20 lingue “nazionali”, altre 6 monete “unitarie” oltre all’Euro, che però è usato come moneta nazionale anche da altre 6 nazioni che non sono membri dell’Unione , un sistema inspiegabile di frontiere variabili che comprende anche altre nazioni non membri dell’Unione e un sistema di difesa militare governato da un’associazione -chiamata NATO- di altre 28 nazioni diverse dalle 28 dell’Unione Europea; la maggioranza della popolazione delle nazioni NATO vive fuori dell’Unione Europea. L’ispirazione culturale antichissima dell’Unione Europea è fortemente ispirata dall’agenda del Consiglio d’Europa che ha 47 paesi membri e una popolazione di 820 milioni di abitanti. L’agenda per la pace e la sicurezza dei popoli europei è affidata all’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OCSE) con 57 nazioni membri, più del doppio di quelle membri dell’Unione Europea. Nessuno si sorprende dunque se l’Unione Europea e la NATO sono fortemente unite nel dare il loro grosso contributo alla disunione delle Nazioni Unite, votando contemporaneamente con tutte e tre le opzioni possibili (a favore, contrario, astenuto) per decisioni importanti dell’ONU, compreso il Consiglio di Sicurezza, dove sono frequenti i casi in cui il voto e veto opposto di Francia e Regno Unito rende la bandiera a 12 stelle dell’Unione Europea un simbolo di fuoco d’artificio.

Non dimentichiamo che fuori della porta delle Nazioni Unite ci sono un centinaio di popoli autodeterminatisi come tali, di cui solo la metà associati nell’Organizzazione delle Nazioni e Popoli non Rappresentati (UNPO, www.unpo.org) e circa altri cinquanta popoli non rappresentati nemmeno dall’UNPO, perché essi ritengono il suo statuto non rappresentativo delle loro istanze di indipendenza, pace e libertà. Alcuni di questi popoli non sono riconosciuti perfino da quelle nazioni i cui capi di governo amano farsi fotografare in memorabili strette di mano con i loro leaders, come nei casi più noti di Kosovo, Palestina, Taiwan, Tibet, Transnistria; molti di questi paesi in attesa di riconoscimento hanno un proprio parlamento eletto democraticamente, un governo, una moneta nazionale e un passaporto. Molti altri sono in conflitto da decenni per guadagnarsi la propria indipendenza.

A me non sorprende dunque che la maionese impazzita delle sovranità nazionali venga ormai messa da parte in molte decisioni che contano per la qualità della vita dell’umanità intera e soprattutto delle fasce più deboli. Altri decisori o interlocutori, senza bandiera e senza ambasciatori, contano di più di governi ed organizzazioni intergovernative, perché offrono soluzioni reali a problemi reali, e sono in azione sul campo per il 99% del tempo, dedicando solo l’1% del tempo a discussioni e riunioni. C’è chi dice che organi della società civile non sarebbero legittimati a decidere a nome del mondo intero: dunque Internet non avrebbe autorità per stabilire le denominazioni di chi la usa, o la Bill Gates Foundation non dovrebbe decidere da sola a quali paesi destinare i suoi programmi di vaccinazioni. Allo stesso tempo però nessuna nazione ha nulla da obiettare al fatto che il Comitato Olimpico Internazionale si compone di 205 Comitati nazionali, molti fatti di volontari, 12 di più delle Nazioni Unite e che 13 milioni di volontari della Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse provenienti da 189 paesi operino efficacemente a favore di 150 milioni di persone, senza mai sentire l’opinione del G8 o del G20.

In pratica a livello globale si replica quello che succede in un pronto soccorso ospedaliero: chi arriva in stato di emergenza non è per nulla interessato a sapere chi sono i membri del consiglio di amministrazione e i temi della loro agenda di riunioni; interessa invece che il medico sia esperto e voglia salvare vite a tutti costi.
Allo stesso modo dunque il ruolo della società civile è venuto alla ribalta in tante nuove espressioni negli ultimi anni in diversi paesi del Nord e del Sud del mondo come parte del processo di guarigione di nazioni sventrate del loro senso civico, a causa di governi incapaci o gravemente corrotti che non hanno saputo proteggere e far crescere il tessuto statuale come garanzia di protezione dei diritti di tutti. Il termine “società civile” oggi può coprire una vasta gamma di attori, comprese le organizzazioni non governative (ONG), associazioni professionali, organizzazioni a base comunitaria (CBO), gruppi informali, operatori dei media e semplici associazioni di individui.

Secondo alcune stime vi sono un milione e mezzo di Ong negli Stati Uniti, oltre un milione in Europa, 270.000 in Russia e oltre due milioni in India, cioè circa una Ong ogni seicento indiani, anche se molte di esse si occupano solo di una scuola o di un centro di salute. Il loro numero continua ad aumentare ed è quasi impossibile mantenere un registro globale delle Ong, soprattutto di quelle locali o presenti solo in una nazione. Un tentativo di registro il più ampio possibile di Ong viene promosso dall’Associazione mondiale delle Ong (Wango) www.wango.org, ma un registro davvero completo delle Ong nel mondo non esiste. Ogni settore di interesse specifico, ad esempio la protezione dei diritti umani oppure dell’ambiente, cerca di facilitare un coordinamento globale delle organizzazioni che si occupano di quel settore. Ad esempio la rete mondiale www.beyond2015.net si è fatta carico di coordinare il contributo di quasi mille Ong per lo sviluppo sostenibile al dialogo promosso dalle Nazioni Unite sugli obiettivi di sviluppo sostenibile da promuovere dopo il 2015.

Il mese prossimo le Nazioni Unite decideranno un nuovo consenso globale sui contenuti dell’agenda dello sviluppo sostenibile dopo il 2015; ma servirà una forte pressione dell’opinione pubblica mondiale perché i governi prendano sul serio un tale nuovo impegno per il futuro dell’umanità invece di concentrarsi solo sulle crisi che riempiono le cronache quotidiane.
La società civile può esercitare pressioni perché un accordo efficace in difesa della democrazia e dei diritti umani emerga nel mondo prima dell’Assemblea ONU dell’Ottobre 2015 che voterà sugli accordi in tal senso che andranno in vigore dopo il 2015. Attori della società civile svolgono un ruolo essenziale come interlocutori per la democrazia e per i diritti umani, come la non-discriminazione, la non violenza, la partecipazione inclusiva e la parità di genere. Un po’ come un’ambulanza nel traffico, gli attori della società civile dovrebbero essere meglio ascoltati e protetti dai governi e dai popoli in via di transizione. Essi vengono invece attaccati quotidianamente sia da governi che da fazioni violente che non vogliono dare spazio al dissenso pacifico o al dialogo non-violento.

Società civili leaders dell’innovazione sociale, politica ed economica di cui il mondo ha bisogno si rafforzano e sono efficaci dove esiste una forte empatia dei popoli e dei governi per i beni comuni che le società civili vogliono difendere e far crescere. Solo così le società civili potranno ottenere un ruolo da co-protagoniste primarie e non da supplenti dei paradigmi futuri di pace, giustizia e sviluppo sostenibile per tutti i popoli.

http://www.asvi.it/30/09/2014/blog4change/non-profit-blog/societa-civili-protagoniste-dei-paradigmi-futuri-di-pace-giustizia-e-sviluppo-sostenibile-per-tutti-i-popoli/

asvi.it, 30 Sep 2014
Uno splendore di capre
La vera lotta alla povertà globale va combattuta nei villaggi.

Ho visitato di recente alcuni villaggi nell’area di Yenan Chaung, nel distretto di Magwe in Myanmar. È una delle aree più povere del Sud-Est Asiatico dove il reddito pro capite non arriva a 250 dollari l’anno, ben al di sotto della soglia di povertà di un dollaro al giorno, usata da anni dalla Banca Mondiale come indicatore di povertà assoluta. Thiri, una giovane veterinaria che lavora tra i più poveri, mi ha spiegato come basta un niente, che muoia una capretta o una banale diarrea da acqua sporca, per veder passare in un batter d’occhio i bambini più poveri dalla miseria cronica alla morte per fame.

Thiri mi ha chiesto quanti sono i più poveri nel mondo, la stessa domanda che le fa spesso la sua gente. Le ho risposto almeno un miliardo. Me lo ha fatto scrivere, perché non poteva crederci. Le sembrava un numero inimmaginabile. Visto che io insistevo che era proprio così, lei mi ha chiesto: “Ma io mi riferisco ai più poveri, quelli proprio in fondo alla classifica, un po’ come questa mia gente”. Rispondendole in inglese ho ripetuto che il fondo classifica è popolato da un miliardo di persone: Bottom billion”. Thiri era visibilmente sconvolta.

Il termine bottom billion cioè “il miliardo di persone in fondo alla classifica della povertà” è stato utilizzato da Paul Collier nel suo libro The Bottom Billion: perché i Paesi più poveri stanno fallendo e cosa si può fare (2007), dove esplora le ragioni per le quali alcuni Paesi poveri non riescono a progredire, nonostante gli aiuti e il sostegno internazionale. Collier sostiene che poco meno di 60 economie poverissime sono la patria di quasi un miliardo di persone. La sua statistica usa la definizione di poveri come coloro che hanno una disponibilità inferiore a 1,25 dollari al giorno. Ma ci sono anche grandissime incertezze sul come misuriamo la povertà globale. Per chi come me ha passato più tempo nei villaggi dove vivono i poveri che non in biblioteche o sale di dibattito statistico e politico, i traguardi numerici e le politiche dello sviluppo sostenibile restano un ectoplasma evanescente rispetto alla complessità di ogni vita vissuta nella povertà e alle trasformazioni necessarie perché ogni domani di una famiglia povera sia vissuto in una miseria minore di quella di ieri.

Circa la metà di tutti i poveri del mondo vivono in soli due Paesi – India e Cina – e l’ 80-90% dei poveri vivono in 20 Paesi con una popolazione numerosa, tra i quali Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo [DRC], Indonesia, Nigeria e Pakistan.
In termini statistici dunque le politiche di lotta alla povertà che si mettono in pratica oggi nei Paesi più colpiti dalla povertà saranno determinanti sull’impatto che si otterrà a livello globale. Già entro il 2030 i Paesi emergenti come Cina ed India diventeranno Paesi ad alto reddito, e alcuni di essi, come Brasile, Cina e Indonesia potrebbero farcela già entro il 2025.

La globalizzazione degli ultimi tre decenni ha aggiunto una nuova sfida che non era stata ben identificata prima. La povertà potrebbe facilmente spostarsi in Paesi a medio reddito a causa delle nuove e crescenti disuguaglianze di accesso a servizi fondamentali come salute ed educazione, espressioni di una inequità sociale che cresce in quantità e qualità. E la natura della povertà sta cambiando, da semplice mancanza di soldi a una nuova povertà multifunzionale.

Esiste già un indicatore di povertà multifunzionale per misurare la privazione in molti tipi di povertà conosciuto come Multidimensional Poverty Index (MPI) e sviluppato da Oxford Poverty and Human Development Initiatives insieme al Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP).

A Thiri e alla sua gente tanti numeri ed indicatori interessano poco. Con un programma di banche comunitarie di capre vogliono tirare fuori dalla povertà 2.500 persone. Thiri in lingua Myanma significa Splendore, e quello che fa è splendido.

NP, Jun 2014
Cooperazione allo sviluppo, un oceano di aiuti che aiutano
Incassi aumentati di 15 volte: se un dato così apparisse nel bilancio di un’impresa multinazionale il valore delle sue azioni in borsa schizzerebbe alle stelle. Il dato é invece l’aumento del finanziamento delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite da parte delle imprese private, che nel 2008 rappresentava solo l’ 1% dell’impegno delle agenzie umanitarie dell’ONU e nel 2012 é salito al 15%, quindici volte di più di quattro anni prima. La notizia spunta in mezzo a molte altre ugualmente sorprendenti nel rapporto annuale uscito ad Aprile 2014 Humanitarian Assistance from Non-State Actors (aiuto umanitario non-statuale) di Global Humanitarian Assistance, un centro di ricerca ed informazione sull’aiuto umanitario che fa parte di Development Initiatives, un consorzio inglese tra imprese di consulenza per lo sviluppo sostenibile e ONG che fanno ricerca ed informazione.

Il privato in tutte le sue forme, cioé individui singoli, famiglie, ONG per lo sviluppo, imprese private, fondazioni, pesa ormai oltre un quarto di tutto l’aiuto umanitario globale, soprattutto in risposta a disastri naturali. La fondazione svedese IKEA, che distribuisce ai più poveri una parte dei profitti della notissima azienda di mobili e accessori per l’arredamento, ha aumentato il suo impegno umanitario da 45 milioni di Euro nel 2012 a 101 milioni nel 2013 e la fondazione Bill e Melinda Gates dei fondatori di Microsoft ha raggiunto 52 milioni di dollari. La Federazione internazionale delle Croci Rosse e delle Mezzalune Rosse ha integrato il sistema online di fundraising Ammado in tutti i suoi appelli diretti alle decine di imprese che aiutano la Croce Rossa: tramite Ammado ogni impiegato può decidere quanto donare a quale causa e seguire i risultati ottenuti dalla sua donazione. La donazione media di ogni impiegato nel soccorso alle vittime del tifone Haiyan che ha colpito le Filippine nel Novembre 2013 ha raggiunto i 78.6 dollari, con donazioni provenienti da 120 paesi, il livello più alto e più ampio mai raggiunto da piattaforme globali di donazioni private. Questi pochi dati, estratti tra centinaia di altri del rapporto 2014, lasciano capire quanto spazio di crescita c’é per l’impresa privata nel settore umanitario.

Con un po’ di immaginazione si potrebbe dire che il settore degli aiuti umanitari ha trovato nel terzo settore la sua nuova strategia Oceano Blu. é un best seller scritto e pubblicato nel 2005 dai professori dell’INSEAD W. Chan Kim e Renée Mauborgne. La loro trovata é che le imprese di maggior successo non sono quelle che vincono la concorrenza in un mercato limitato dove ogni pesce più grande ne mangia uno più piccolo -cioé un oceano rosso di sangue- ma sono piuttosto quelle che trovano o creano un mercato completamente nuovo creando nuove tecnologie e/o una nuova domanda di prodotti o servizi dove non c’é concorrenza, quello che chiamano un oceano blu.

In Italia l’agenzia AGIRE che coordina le più importanti organizzazioni di soccorso umanitario pubblica annualmente un rapporto in italiano che rappresenta una buona analisi panoramica sull’aiuto umanitario.

http://www.asvi.it/20/05/2014/blog4change/cooperazione-per-lo-sviluppo/cooperazione-alla-sviluppo-un-oceano-di-aiuti-che-aiutano/

asvi.it, 20 May 2014
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